LA CORTE – Legal thriller Etc.

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Benvenuti alla Rubrica “LEGAL THRILLER ETC.” ️‍♂️‍⚖️, dove “Law & Popcorn” – Giustizia e Divertimento si fondono!

Christian Vincent, con il suo “L’Hermine” (ribattezzato con un titolo italiano, “La Corte”, assai meno evocativo e, in fondo, riduttivo) ci regala un piccolo, prezioso gioiello di cinema “da camera”, un court drama ibridato con una commedia sentimentale di raffinatissima fattura.

Il film si muove con passo felpato e un’eleganza quasi sussurrata tra le aule di un tribunale d’Assise, luogo per antonomasia di drammi umani e sentenze inappellabili, e i moti interiori di un uomo che della rigidità ha fatto il suo vessillo professionale e personale.

È una storia che parla di giustizia, certo, ma soprattutto di riscoperta delle emozioni più autentiche, quelle che, inaspettate, irrompono nella vita di un cinquantenne burbero e solitario, costringendolo a rimettere in discussione l’eremo di autoreferenzialità in cui si era barricato.

Un’opera che, pur nella sua apparente semplicità, cela una complessità di toni e sfumature che affascina e commuove.

 

Cast

Il motore pulsante e l’architrave inossidabile di tutta la pellicola è l’interpretazione maestosa e sorniona di Fabrice Luchini nei panni di Michel Racine, il temutissimo Presidente della Corte d’Assise, soprannominato “il Presidente della doppia cifra” per la sua inclinazione a non lesinare condanne severe.

Luchini, attore di razza e frequentatore assiduo sia del teatro che del cinema d’autore francese (e non solo, dato il suo passato rohmeriano e la recente collaborazione con Ozon), incarna il personaggio con una miscela unica di aplomb austero e fragilità goffa, confermandosi uno dei giganti della scena contemporanea.

La sua maschera, a tratti involontariamente comica, tra accessi di tosse che svelano un’influenza molesta e i silenzi eloquenti di un uomo schiacciato dalla sua stessa rigidità, è un vero e proprio saggio di recitazione. Non a caso, questa performance gli valse la Coppa Volpi al Festival di Venezia del 2015.

Al suo fianco, in un ruolo di capitale importanza e come contrappeso essenziale alla sua monolitica figura, troviamo la danese Sidse Babett Knudsen (nota al grande pubblico soprattutto per l’acclamata serie TV Borgen), che qui veste i panni di Ditte Lorensen-Coteret, un’anestesista che si ritrova in giuria.

La Knudsen, con la sua recitazione misurata e la sua bellezza discreta e intelligente, bilancia perfettamente il gigionismo, mai eccessivo, di Luchini, portando in scena una donna forte e al contempo enigmatica, un faro di calore umano in un ambiente asettico e formale. È una coppia d’oro, la loro, costruita su sguardi rubati, imbarazzi palpabili e una chimica che cresce di scena in scena, sorretta anche da un cast di caratteristi (tra giurati, cancellieri e avvocati) che, sebbene in ruoli di contorno, sono delineati con una precisione chirurgica.

La trama

Il film si apre sulla figura di Michel Racine, un uomo schivo, colto, divorziato e terribilmente solo, che ha dedicato l’intera esistenza alla sua funzione di giudice, assumendo un atteggiamento di inflessibile severità che lo ha reso famoso, ma anche temuto e isolato.

Mentre è alle prese con l’ennesimo e difficile processo, un caso di infanticidio che lo costringe a sondare gli abissi della meschinità umana e che viene condotto con un rigore quasi esasperato, la sua vita riceve un improvviso, e per lui destabilizzante, scossone. Tra i membri della giuria popolare, infatti, Racine riconosce Ditte Lorensen-Coteret, un medico anestesista che aveva conosciuto sei anni prima, quando lei lo aveva avuto in cura in ospedale a seguito di un incidente all’anca.

L’incontro casuale è in realtà un ritorno del passato, poiché Ditte era stata l’unica donna capace di scalfire, anche se solo per un breve periodo e in maniera quasi segreta, la sua corazza emotiva. La sua presenza in aula getta il giudice nel più totale subbuglio interiore, un contrasto stridente tra la compostezza professionale che la toga impone e la fioritura di un sentimento mai sopito.

La narrazione si sviluppa, quindi, su un doppio binario: da un lato, l’andamento serrato e a tratti grottesco del dibattimento, con i suoi testimoni, le arringhe e gli interrogatori (tra cui spicca l’eloquente e quasi implorante monologo del giudice stesso rivolto ai giurati: “Vi chiedo di considerare la realtà umana, non l’astrazione”), e dall’altro, l’imbarazzante, tenera e goffa liaison sentimentale che, piano piano, torna ad annodarsi tra Michel e Ditte.

L’uomo, abituato a giudicare, si trova per la prima volta a sentirsi giudicato dal sentimento altrui, costretto a muoversi con la maldestra cautela di un adolescente, come dimostra la breve ma significativa linea di dialogo di Racine, che, riemergendo dalle sue paure, si rivolge a Ditte con un impaccio disarmante: “Avrei voluto chiederti di uscire a cena sei anni fa”.

Il tribunale diventa così un palcoscenico per il dramma legale e per una sotterranea, e inaspettata, commedia umana.

Critica cinematografica

“La Corte” di Christian Vincent è stata universalmente accolta dalla critica come un’opera di grande eleganza e sottigliezza psicologica, in grado di mescolare con maestria i registri del court drama e della commedia sentimentale.

L’acclamazione è stata unanime nell’evidenziare come il film trovi la sua forza non tanto nel meccanismo dell’inchiesta giudiziaria, che funge quasi da sfondo e catalizzatore, quanto nel ritratto umano, profondo e arguto del suo protagonista e del microcosmo in cui opera.

Molti critici hanno sottolineato l’eccezionalità della sceneggiatura e della regia, capaci di dare al film una leggerezza che non scade mai nella superficialità, mantenendo al contempo un notevole spessore tematico. È stato lodato il coraggio di Vincent nel raccontare una storia intima in un contesto così formale.

Fabio Ferzetti, dalle colonne de Il Messaggero, ha riconosciuto questa singolare qualità affermando che il film “occulta la propria arma più efficace, che tanti invece esibiscono. Lo stile”, a testimonianza di un’eleganza registica che privilegia la misura e la sfumatura rispetto all’enfasi.

Altro elemento ricorrente nelle recensioni italiane è, naturalmente, l’omaggio all’interpretazione di Luchini, riconosciuta come fondamentale per la riuscita dell’operazione.

Massimo Bertarelli, su Il Giornale, ha descritto l’attore con grande acume: “quell’espressione, prima sbigottita e poi radiosa, vale tutto il film”, enfatizzando come la sua mimica e la sua capacità di rendere visibile il tumulto interiore abbiano trasformato una gradevole commedia in qualcosa di toccante.

Il film, insomma, è stato identificato come un esempio brillante di come il cinema francese sappia ancora oggi unire arte e intrattenimento, realizzando prodotti “trascinanti da sembrare più veri del vero”, come ricordato ancora da Ferzetti.

La sintesi è quella di un’opera che, pur muovendosi con passo felpato, ha lasciato un segno netto nel panorama cinematografico dell’anno, conquistando i favori dei critici più esigenti.

La valutazione finale

Dopo aver setacciato le varie piattaforme di recensioni e i giudizi della critica italiana e internazionale, “La Corte” (“L’Hermine”) si assesta su una valutazione media finale di 4 stelle su 5.

Questa valutazione, che in un certo senso potremmo considerare il verdetto definitivo sul film, appare pienamente meritata e trova ampia corrispondenza nell’analisi della pellicola.

Il film di Christian Vincent è un’opera che, pur non gridando al capolavoro rivoluzionario, si distingue per una rara e preziosa armonia tra forma e contenuto. La motivazione principale di questo elevato punteggio risiede senza dubbio nell’alchimia perfetta della coppia protagonista: Fabrice Luchini è semplicemente magistrale, capace di infondere al suo Michel Racine una fragilità da cui scaturisce una comicità involontaria e un’inattesa tenerezza. Il suo trionfo a Venezia non è stato un caso, ma il riconoscimento di una performance che trascende la semplice recitazione.

In secondo luogo, la sceneggiatura, premiata anch’essa a Venezia, è di una lucidità e di un’intelligenza encomiabili, gestendo con equilibrio il tono, non lasciando che il dramma processuale soffochi la nascente storia d’amore, e viceversa. Il film riesce a non cadere nella trappola del sentimentalismo spicciolo, mantenendo sempre un tono di signorile riserbo, quasi come si addice al protagonista che lo anima.

Il court drama si trasforma in una cornice elegante per dipingere un ritratto commovente e divertente della solitudine e della possibilità di un riscatto emotivo in età matura.

“La Corte” è, in sintesi, un film adulto, colto e profondamente umano, che merita di essere visto per la sua delicatezza, la sua arguzia e, soprattutto, per la prova attoriale di Luchini. È un cinema che non urla, ma sussurra verità universali con una verve irresistibile.

 

P.S. Dove vederlo legalmente in streaming? Il film è facilmente accessibile in streaming legale completo in italiano tramite diverse piattaforme, tra cui Amazon Prime Video, NOW, Chili, TIMVISION, Rakuten TV, Sky on Demand, Google Play, Microsoft Store, iTunes e PlayStation Store. Ogni piattaforma offre opzioni diverse, tra cui abbonamento, noleggio o acquisto, con prezzi variabili per le versioni SD, HD e 4K. Inoltre, è possibile scegliere tra audio e sottotitoli in italiano (ITA) e inglese (ENG) per una migliore esperienza di visione.

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